31/05/2008

A FAVORE DEI CATTIVI MAESTRI



Note per una discussione senza freni
sulla mancata visita del Papa a La Sapienza
 
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di Walter Tocci


La tempesta mediatica sulla Sapienza non dovrebbe diventare un’occasione persa. Fiumi d’inchiostro e ore di televisione per dirci dell’importanza di opinioni diverse, principio sacro che non c’era bisogno di scomodare perché assolutamente non toccato dalla vicenda. Non si trattava di organizzare un dibattito col papa, questo sì sarebbe stato grave impedirlo, ma di decidere l’opportunità che la Sapienza scegliesse il papa per rappresentare l’inizio dell’anno accademico, cosa che si può condividere o meno. E a chi dovevano rivolgersi i critici, se non al proprio rettore? Oppure si vuole sostenere che non avevano diritto di criticarlo perché c’era di mezzo il papa? Cioè, di fronte ad un invito tanto solenne si deve sospendere la dialettica interna all’ateneo? E per quali altri autorità varrebbe questo principio sospensivo? Del tutto risibile poi è la lamentela sulla libertà di parola del Vaticano, quando è risaputo che da noi gode di una presenza esuberante in tutti i media, come in nessun altro paese europeo.
Invece di stare a discutere se c’è la libertà di discutere, in assenza di alcun impedimento a discutere, faremmo meglio a discutere del merito. Come mai sono stati proprio i fisici ad aprire la polemica? Il processo a Galileo costituisce un passaggio decisivo nella formazione di un fisico sia sul piano epistemologico sia su quello morale. È naturale quindi una sensibilità maggiore di altre discipline, soprattutto se ad attivarla contribuiscono gli inediti attacchi vaticani alla scienza moderna. Fanno torto a papa Ratzinger gli apologeti sia di destra sia di sinistra nel non vedere la novità, non solo rispetto al Concilio, ormai già consumata da tempo, ma anche rispetto al predecessore Giovanni Paolo II, il quale arrivò, non dimentichiamolo, a chiedere perdono per il processo a Galileo. Quell’atto era per il papa polacco complementare all’accorata richiesta di riconoscimento in Costituzione europea delle radici cristiane della civiltà occidentale, delle quali coerentemente valorizzava la linfa vitale, ma nel contempo si faceva carico delle sofferenze e delle divisioni, nel modo penitenziale che da sempre ha fondato la forza spirituale del cristianesimo. Si può condividere o meno quella tesi, si può partecipare o meno a quella tensione morale, ma certo si è trattato di un capolavoro lasciato in eredità ai suoi successori. In esso Ratzinger introduce uno squilibrio, chiedendo a gran voce il riconoscimento del primato della Chiesa, ma senza ammetterne i peccati, riprendendo anzi l’argomento di Bellarmino, anche lui sofisticato intellettuale europeo in quel tempo, di una conciliazione tra ragione e fede, che poi si tramuta facilmente in una sottomissione dell’una all’altra, a causa della diversa forza performativa di quei due ambiti nello spirito.
Quando fede e ragione si identificano diventano entrambe più povere. Mi sia permesso di esprimere innanzitutto la preoccupazione per la stessa religione cristiana che viene ricondotta in tal modo ad un’esigenza ellenizzante di coerenza conoscitiva, rischiando di perdere un filone irrazionale certo non secondario nella sua storia, a cominciare dalla sfida paolina dello scandalo per i giudei e follia per i pagani. La questione non è solo teologica, poiché in una società secolarizzata la rinnovata voglia di ortodossia porta la Chiesa ad una divisione della comunità civile. In una democrazia matura i principi non negoziabili possono essere solo quelli scritti nella Carta costituzionale, altrimenti diventa difficile la condivisione di uno spirito pubblico. Ed è incredibile che ciò accada proprio oggi, quando siamo diventati tutti liberali, quando non ci sono più le divisioni ideologiche novecentesche, né la guerra fredda.
Il papa buono indicò la via, con la sintesi che possono avere solo le profezie, distinguendo cioè tra l’errore da condannare e l’errante da amare. Oggi nella pastorale di Ruini suonerebbe scandalosa quella distinzione. L’errore è diventato una clava contro gli erranti. Allora la Chiesa seppe svolgere una funzione unificante e per questo aumentò la sua credibilità morale e politica, portando in Italia alla scomparsa, un secolo dopo Porta Pia, di qualsiasi retaggio anticlericale. Poi quel clima si è rotto e certo non sono i stati i settanta professori della Sapienza a compiere il primo strappo. Non sarebbe male se Oltretevere gli animi più meditativi sollevassero la domanda su eventuali responsabilità della Chiesa per il clima di scontro creatosi in Italia, poco adatto al ruolo di pacificazione della religione cristiana.
Mi si può dire legittimamente che non possiamo insegnare il cristianesimo ai cardinali. E’ vero, ma se apprezzano tanto le lodi degli atei devoti sapranno pur accettare le critiche mosse dall’interno di una sensibilità religiosa.
Inoltre, nell’accordo tra fede e ragione a soffrire di più è la seconda. Non viviamo un periodo qualsiasi, il secolo appena cominciato sarà caratterizzato dal massimo conflitto tra scienza e religione. I fisici, in ragione della loro Bildung, lo hanno avvertito per primi, ma lo scontro non riguarderà la loro scienza. Il conflitto tra Bellarmino e Galilei verteva su ciò che è esterno all’uomo fino alle sconfinate dimensioni dell’universo. Ma domani il conflitto riguarderà come siamo fatti in quanto uomini e donne, la natura vivente che ci costituisce. E sarà lacerante la discussione.
Già oggi è diventato difficile dare una definizione della natura umana in modo condiviso, già ne diamo diverse e inconciliabili, eppure di tutte queste sorrideranno i nostri pronipoti. La rivoluzione della scienza della vita elaborerà nuovi paradigmi conoscitivi, innovazioni tecnologiche inimmaginabili, impatti sociali e mentali di proporzioni mai viste prima.
D’altronde il concetto di natura umana è stato sempre mutevole, seppure più lentamente. La Chiesa cattolica pretende di darne una definizione fissata per sempre e in questo curiosamente sposa un certo illuminismo di tradizione giusnaturalista. Ma è lo stesso sviluppo della teologia a smentire questa fissità, se solo mezzo secolo fa la concezione cattolica della vita era centrata sulla persona piuttosto che sull’embrione. La confusione del Vangelo con la biotecnologia è ovviamente un prodotto molto recente e non tra i più solidi dell’esegesi cristiana.
La Chiesa cattolica pretende di bloccare la discussione sul nascere offrendosi come autorità spirituale che certifica ciò che è vita anche per i non credenti. In questo meccanismo si ripresenterà una certa intolleranza cattolica, come antica pretesa, sempre fallita, di bloccare ciò che è fluido nella trasformazione culturale.
Ciò nonostante cambierà di molto la nostra concezione della natura umana durante il secolo appena cominciato. Questo sarà forse il banco di prova più impegnativo della democrazia, della sua capacità di creare ordine non solo nei rapporti sociali, ma anche di regolare la vita e la morte. Qui si giocherà il destino stesso della democrazia come regola di decisione tra diversi, come risultato di habermasiane azioni comunicative. Vincerà anche questa sfida, come tante altre in passato, la democrazia se, per dirla con Bobbio, manterrà la promessa di alimentare al suo interno le energie per il proprio sviluppo. Se al contrario passerà l’idea che la democrazia è un orcio vuoto, una mera procedura, come spesso anche noi di sinistra abbiamo preferito credere, allora vinceranno quelli che intendono riempirla con il buon vino d’annata, con i valori dei bei tempi andati, con la religione civile e pagana, ma rassicurante anche per chi non crede. 
Di fronte alla mutazione ventura la Chiesa è più avanti di tutti. Con il suo fiuto millenario ha capito che la sfida decisiva è sulla scienza del XXI secolo e ha già collocato le sue forze in campo. Tra le organizzazioni scientifiche essa è quella che spende maggiori energie organizzative, ideologiche e comunicative per gestire i risultati della ricerca scientifica. In questo è molto più preparata dei non credenti e d’altronde ci vuole poco, basta ricordare il recente referendum per la procreazione assistita vinto dalla semplicità della propaganda cattolica contro l’afasia della comunicazione laica.
Ma lo squilibrio di forze molto è più profondo. E’ ormai pienamente sviluppato un grappolo di rivoluzioni scientifiche che minano alle fondamenta le basi epistemologiche della modernità seicentesca. Il mondo di Galileo è oggi superato non dalle frasi di Ratzinger, ma dai nuovi paradigmi delle scienze della vita, della mente, dell’informazione e della materia, i cui maggiori successi non sono riconducibili al concetto e al ruolo della legge scientifica della fisica classica.
All’epoca la rivoluzione galileiana non rimase confinata alla descrizione della natura, ma ebbe impatti in tanti altri campi del sapere. La ragione moderna venne organizzata  prima come legge scientifica e poi come legge dello Stato, la Costituzione fondamentale, e poi ancora come legge filosofica, le categorie dell’intelletto. Tutto il sistema di pensiero moderno venne modellato su assiomi fondamentali da cui derivare per deduzione le verità particolari.
Questa mirabile costruzione è travolta dalle nuove scienze del XXI secolo, le quali sono andate molto avanti, senza che la cultura riesca a star loro dietro con una comprensione autentica. Oggi usiamo furiosamente le conseguenze tecnologiche di queste scienze ma non si vedono in giro gli Hobbes e i Kant capaci di proporci nuovi ordini politici e filosofici per capire davvero la rivoluzione di internet o della post-genomica. E’ una di quelle fasi storiche in cui la potenza di trasformazione sopravanza la capacità di regolare i processi. C’è un’asimmetria tra la forza della scienza e la debolezza del pensiero. In questo scarto nasce l’inquietudine contemporanea e il senso di smarrimento, quella sottile contraddizione dello Sciamano in elicottero, per riprendere un testo di Marco D’Eramo, che mescola nella confusa postmodernità sia l’innovazione sia la regressione culturale.
Questo squilibrio apre la strada a due esagerazioni. Da una parte la sicumera di alcuni settori scientifici e soprattutto tecnologici, i quali, sapendo di essere più avanti, spargono le illusioni di magnifiche sorti e progressive, riproponendo tra tutte le culture scientifiche il più consunto positivismo, anche se molto lontano dalla complessità dei loro saperi.
Dall’altro estremo la Chiesa cattolica si offre di sanare lo squilibrio con la subordinazione della ragione alla fede. Si dice integralismo, fondamentalismo, oscurantismo, ma sono tutte parole fuori gioco, il lessico distratto dei laici è inadeguato a descrivere l’ambizioso progetto ecclesiastico. Esso opera dentro una grande contraddizione contemporanea, avendone avvertito per primo la portata e il significato, con l’ambizione di guidare il futuro conservando il passato, come seppero fare i grandi papi della Controriforma.
Il problema quindi alla fine non è Ratzinger, ma ciò che deve allarmare di più è l’assoluta impreparazione della cultura laica di fronte a queste sfide. Il continuo scivolare verso la facile risposta del libero confronto di opinioni, anche senza avere alcuna opinione. La rimozione di domande forti a favore di banali problemi di metodo. La paura di un vera polemica con la religione, dimenticando che i frutti migliori della cultura occidentale provengono quasi tutti da concetti religiosi secolarizzati, cioè proprio il frutto di questo scontro di idee, che oggi potremmo gestire più serenamente non essendoci più né roghi né inquisizioni. La polemica religiosa quando è creativa di tensione culturale, rispettosa della democrazia e ispirata ad un avanzamento dello spirito pubblico è sempre una risorsa per la civiltà di un popolo.  
Al contrario, mi ha colpito l’unanimità della politica laica nel condannare i poveri professori, nel prendere sdegnosamente la distanza da loro, nell’affrettarsi a chi la sparava più grossa per non correre il rischio di essere accusati di anticlericalismo. In quell’aderire compatta alle ragioni del Vaticano la cultura laica è apparsa in tutta la sua debolezza, come un pugile suonato che, allo stremo delle forze, abbraccia l’avversario nella speranza di non cadere al tappeto.
Così in questo bizzarro Paese, in cui ogni giorno agiscono indisturbati mafiosi, inquinatori, evasori fiscali, arricchiti a spese del bene comune, politici corrotti e imbroglioni di ogni risma, in questa babilonia di illegalità e di arroganza, sono finiti sul banco degli imputati un gruppo di scienziati. Conosco personalmente gran parte di loro, sono ricercatori che danno prestigio all’Italia nel mondo nonostante il cattivo esempio di gran parte della classe dirigente, sono formatori di giovani brillanti costretti ad andarsene perché qui la ricerca non si può fare, sono persone miti e anche un po’ ingenue al contrario di molti furbacchioni che li hanno accusati, sono dipendenti dello Stato che dedicano tutte le loro energie dalla mattina alla sera ad educare i nostri giovani non solo alla scienza, ma alla democrazia e al bene comune. Sono eroi civili di un Italia che neppure sa di averli come risorsa per il futuro. Sono stati messi all’indice come cattivi maestri. Mai come oggi la povera Italia avrebbe tanto bisogno di questi cattivi maestri.  

22:15 Scritto da: pdanchenoi in Il Diario del P.D. | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: pd, papa, sapienza | OKNOtizie |  Facebook

11/02/2008

Domenica 17 febbraio, giornata di mobilitazione del PD "Per Cambiare l'Italia"

PD LAZIO
Domenica 17 febbraio, giornata di mobilitazione del PD "Per Cambiare l'Italia" dibattiti, volantinaggi, tavole rotonde e gazebo nelle piazze di Roma. Per la data del 17 febbraio saranno completati gli organismi dirigenti dei 115 circoli della Capitale.
Per quanto concerne l'allargamento dell'assemblea, l'esecutivo romano ha deciso di rimandare la presentazione delle candidature e l'elezione dei membri del coordinamento e di partire immediatamente con la costruzione della campagna elettorale nella città, anche alla luce dello slancio e dell'entusiasmo dato dal risultato straordinario di questi giorni avuto con l'adesione al Partito Democratico di quasi 30000 iscritti nella nostra città nella sola giornata di domenica 3 Febbraio.

09:25 Scritto da: pdanchenoi in Il Diario romano | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

28/01/2008

Diritti civili e partito democratico

Una chiacchierata con Cristiana Alicata, eletta nella Consulta del PD e membro del movimento GLBT

“Se domani un senatore del PD si alza a dire che gli ebrei sono una razza inferiore o che i neri non possono prendere l’autobus, lo teniamo perché al Senato altrimenti andiamo sotto?” 21/01/08 - di Andrea Pergola

Foto di Carlo Traina, flickr.com/photos/karltra

Cosa c’è secondo te che non va negli italiani? Voglio dire, in quale punto della storia hanno perso di vista la bellezza della libertà? Gli omosessuali non possono sposarsi, in nome di un preteso diritto naturale. Lo stesso che, procedendo con logica il ragionamento, dovrebbe proibire il matrimonio alle coppie sterili… dove e come nasce, secondo te, il problema?

Calma, calma. Non me la prenderei con gli italiani. Noi con gli italiani ci viviamo tutti i giorni, al lavoro, in palestra, nei condomini. Gli italiani sono i nostri amici, i nostri genitori, i nostri colleghi. E noi stessi siamo italiani, con gli stessi difetti. Il fatto saliente è che la politica italiana non sa interpretare la realtà del Paese, sulla questione del matrimonio omosessuale, come su tante altre, anch’esse di pari importanza. Pensa alla questione energetica, al disfacimento della scuola pubblica oppure al ricambio generazionale soprattutto all’università. Siamo un Paese immobile e conservatore, dove la conservazione fa rima con il terrore di cambiare le cose. Si chiama resistenza al cambiamento. Noi ne abbiamo più di qualsiasi altro popolo europeo.

E queste metastasi della libertà sono ovunque. Non solo in una destra che non ha mai fatto proprie le istanze libertarie. Ma anche in quella parte della sinistra che dovrebbe essere più fresca e moderna: il PD.
Tu ne fai parte ed hai esaurientemente motivato i perché della tua permanenza in un partito che, dal punto di vista del movimento GLBT, si sta comportando in maniera semplicemente vergognosa. La politica “ma-anchista” di Veltroni, in questo, sembra dare segnali scoraggianti. Vuoi spiegarci qual è la posizione del PD?

E’ esattamente quella che Veltroni ha definito nel suo discorso di candidatura al Lingotto: riconoscimento dei diritti delle persone dello stesso sesso che formano una coppia e una legge che combatta omofobia e transfobia. Qualsiasi altra posizione è singolare. Persino la mia che sono per il matrimonio. Sappi anche ogni volta che mi alzo a parlare di questioni GLBT, la platea del PD non gracchia né rumoreggia. Applaude. Non posso non tenerne conto, significa che c’è un DNA positivo, favorevole. Dobbiamo trasformare questo DNA in fatti, in politica, in azione di governo. Sono dentro per questo.

Il movimento è contro di te, a causa della tua scelta di rimanere nel partito democratico. “Con me hai chiuso”. “Se mi incontri per strada, evita di parlarmi”. Questo ti scrivono. Correggimi se sbaglio ad interpretare la tua posizione: tu vuoi stare dentro ora, quando il PD è materia fresca da plasmare, durante il quale c’è ancora la possibilità e la speranza di creare il primo vero grande partito moderno italiano, almeno sui temi etici. Ma non ci penseresti su due volte ad andartene qualora verificassi che a Veltroni, dei diritti omosessuali, proprio non gliene frega un tubo…

Il movimento non sono i lettori del mio blog. Loro ne fanno parte come molti altri. Al contrario di molti omosessuali che fanno politica che ci tengono a distinguere la loro azione dal movimento, io mi sento parte del movimento. Vedi, in realtà il movimento GLBT è una realtà liquida, dove trovano spazio gli omosessuali cattolici e le lesbiche separatiste. Gli uni che vorrebbero sposarsi in chiesa e le altre che rifiutano la replica di una famiglia borghese e fondata sul potere maschile. Parlare di movimento, oggi, purtroppo, al di fuori del Gay Pride è un azzardo. In questo siamo indietro, ma so che Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay, sta lavorando alacremente per sanare questo gap. Dobbiamo definirci come forza, anche trasversale. L’importante non è dove si milita, ma cosa si dice. E’ vero che fino ad ora i gay dei DS ed Arcigay hanno seguito una politica moderata, chiedendo poco. Ora la maggior parte del movimento chiede il matrimonio e chiede che venga riconosciuto il diritto alla genitorialità omosessuale. Io sono su queste posizioni da anni. Mi sento quindi di fare parte del movimento. Ho scelto di militare nel partito più grande del centro sinistra affinché queste posizioni trovino lì cittadinanza.

Della chiesa è inutile parlare. Il papa fa il suo mestiere. Sbagliano tutti quei politici chi gli danno retta per convenienza, concordi?

E’ così. Ognuno è libero di seguire la propria coscienza, cosa che uno farebbe anche se non ci fosse una religione a distribuire dettami. Sbagliano coloro che lo fanno per altri interessi, per tornaconto elettorale, quelli che lo fanno in mala fede, quelli che predicano bene e razzolano male. Quelli che, come dici, lo fanno per convenienza personale.

Semplifichiamo per chi ancora non l’avesse capito: cosa vuole il movimento GLBT?

Da giugno 2007 il matrimonio. Ti ripeto, c’è una grande questione ideologica dietro che parte dagli anni 70, gli anni della liberazione sessuale, ai quali il movimento sembrava inchiodato. Il matrimonio sembrava una richiesta borghese. Invece è una questione di visibilità sociale, di riconoscimento, non solo della singola persona omosessuale con l’esercizio di una sorta di pietà laica. Ma il riconoscimento della relazione affettiva reciproca. L’omosessualità non solo come conquista di libertà sessuale, ma anche come conquista di affettività relazionale, un riconoscimento completo.

Foto di Carlo Traina, flickr.com/photos/karltra

Perché il registro delle Unioni istituito dai comuni è uno strumento debole? Da quale punto di vista?

Non penso che sia uno strumento debole e l’ho scritto anche a Veltroni. E’ debole dal punto di vista giuridico, certo. Soprattutto in un comune che ha già la famiglia anagrafica, come Roma. E’ uno strumento fortissimo per dare forza alla vera questione dell’omosessualità: la visibilità sociale delle famiglie omosessuali. E’ così semplice. Riconoscere queste famiglie, significa toglierle dal silenzio, non relegarle più nella vergogna. Imbarazzo e vergogna sulla questione omosessuale fanno rima con i molti suicidi che in questi mesi hanno ancora una volta funestato fragili vite di adolescenti, privi di strumenti di decodifica esistenziale, che magari sentono una trasmissione in TV in cui parla la Binetti, gli dice che sono malati e loro non reggono, perché non sanno. Perché nessuno di altrettanto mediatico della Binetti può controbattere per tranquillizzarli.


Dunque, a fine intervista, una battuta scherzosa… ti piacciono ancora le donne? Insomma, a noi puoi confidarlo, sei ancora malata? Non dirmelo…

Beh, sì, sono ancora malata. Ma voglio dirti una cosa rivoluzionaria. I gay non esistono. E nemmeno gli etero. Esistono solo esseri umani, uomini e donne, che possono innamorarsi. Qualcuno dice che, in fondo, siamo tutti degli amo-sessuali.

10:29 Scritto da: pdanchenoi in Il Diario del P.D. | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: pd, gay, alicata | OKNOtizie |  Facebook